BIG BANG
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Pubblicato il: 1 Maggio 2021

AVELLA. Il ricordo di Don Pasquale Pecchia e delle sue stravaganze

di Nicola Montanile

Padre Gregorio, prima di essere stato parroco della Parrocchia di San Romano di Avella, lo fu, in quella dei Santi Apostoli, a Baiano ed, inoltre, fu Cappellano Militare, nel Corpo degli Alpini, nella campagna di Russia, ed intraprese, anche un viaggio in Argentina.

Sembra che, dopo questa ultima esperienza, che gli fece comprendere una amara realtà, sentì il bisogno di inserirsi meglio nellla società, per aiutare i deboli e derelitti, di chiedere di transitare, nel clero ordinario, dopo essere stato Monaco, nel Convento di Santa Maria del Pozzo di Somma Vesuviana e per essere conosciuto e ricordato come, il sacerdote don Pasquale.  

In effetti, al secolo, era Pasquale Pecchia di una famiglia stimata di valenti pastori, fautori della pastorizia, una economia importante, per la cittadina archeologia, insieme a tante altre attività e quando non si parlava ancora dei Monumenti e dello sviluppo turistico archeologico.

Era figlio di Gennaro e della baianese Angelina Masucci, ed un germano, Francesco, era stato un valente ufficiale in Africa, congedato col grado di Colonnello e facevano parte del nucleo familiare, un altro fratello, Antonio, nonchè cinque sorelle.

Era un prete singolare e molto stravagante che non aveva peli sulla lingua, specialmente, quando le cose non andavano, per il verso giusto o come voleva, che, giustamente, andassero e badava al concreto.

La sua prima e sfiziosa “Cacciata” (intervento) la fece proprio, nel giorno del suo insediamento, presso la Chiesa di Cortabucci, nei riguardi di fedeli e soprattutto bizzoche che gli suggerivano, per prima cosa, di restaurare  il quadro di Sant’Andrea, con i pesci, ed egli, infuriato, rispose “Cù tante pisce (problemi) che c’è stanne pe cape, jate a pensà, propio chill’ ‘e santandrea?” e, nell’occasione, qualcuno ricorda che era uscito dalla sagrestia, con la tonica sbottonata e senza pantaloni.

Singolare fu, quando, nel mezzo di un accora omelia, improvvisamente, si fermò e pose una interrogazione ai fedeli dicendo. “Secondo voi ‘a ‘nzogna (strutto), quaglia ‘o squaglia?” e dopo, un momento di silenzio generale, ci fu chi ebbe il coraggio di rispondere, ovviamente, quaglia, e lui replicò: “ E diciteme pecchè a mmè ‘e squagliate rà pìse?”.

In effetti, era successo che aveva messo fuori al balcone delle canonica un pezzo di strutto che non aveva più trovato, poichè rubatoglielo.

Era un pomeriggio primaverile ed il corteo di esequie, arrivato davanti alla chiesa, la trovò chiusa, per cui, ripetutamente, si bussò il campanello, per richiamare l’attenzione del parroco, per celebrare la funzione e, quando, finalmente, si affacciò, infuriato, disse “Ma nun se po durmi nu poco tranquillo, manc”o pomeriggio?”, e tutti senza parlare, ma meravigliati, trattennero, però, il sorriso, visto le circostanze, ma la colpa fu del chierichetto che non lo aveva avvisato del funerale.

Ma il colmo della sua spontaneità e della sua umanità e concretezza, che ne esaltavava le sue doti umili, fu, quando un parrocchiano, gli portò 20 dollari, e siamo negli annni sessanta, avuti da un parente emigrato in America, per celebrare una messa per i suoi defunti e don Pasquale, sapendo delle sue condizioni economiche, lo guardò, con animo sereno, dicendo “Puozzì ittà ‘o velène, tu te puzz”a rà fàmme ‘e pienze ‘e muòrte, và ‘a casata ‘e mangiatille ‘nzieme ‘e figliete e muglierete, c’à messa ‘a riche ‘o stesse“.

Bisogna sottolineare che, negli ambienti ecclesiastici, ci sono predicatori, missionari ed altri con alte funzioni; ebbene Don Pasquale aveva il compito di porre ordine, in chiese abbandonate o lasciate da colleghi trasferiti.

Rese l’anima al Signore, nell’esercizio delle sue funzione, mentre stava firmando un atto di un battesimo, in un giorno feriale, sebbene non lo poteva fare, in quanto, a quei tempi, per legge, il sacramento si doveva impartire solo di Domenica e la sua trasgrissione fu dettata da un senso di solidarietà, nei confronti del fedele, che, emigrato, era, con sacrificio dovuto tornare dalla Germania, per ripartire subito.

Certo, questi racconti sfiziosi, amari e umani sanno di leggendario, poichè corredati da gesti incredibili, al giorno d’oggi, ma evidenziano la consapevolezza della semplicità dell’uomo e del sacerdote, legato alle proprie radici e, quindi, ai valori morali e ad una propria entità, che, in questo secolo, si cerca di avere, senza conquistarsela oppure cercando di conseguirla con il dio denaro, senza mai aver operato, con “scartoffie” false, con titoli e per giunta, agendo anche in negativo.