BIG BANG
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Pubblicato il: 24 Gennaio 2021

AVELLA IN RACCONTO. Leggende, soprannomi e spiegazioni

di Nicola Montanile

Teatro di vita quotidiana avellana è un cortile, volgarmente, “Curtine”, veri centri sociali e di aggregazione dei paesi, nei quali tutti sono intenti a fare qualche attività giornaliera: le mamme a togliere il pane dal forno comune o lavare i panni nel lavatoio, insieme ad altre donne, i padri, che non sono andati in campagna “ ‘A terra”, esercitano qualche mestiere nella loro bottega di artigiano.
Maria, una ragazza, bruna, simpatica e cordiale è al centro dell’attenzione di altre coetanee, così come di ragazzi, la quale riferisce che, ieri, a scuola, nella ora di storia, la sua professoressa, la quale, le fa anche italiano, geografia e latino, ha pronunciato una frase, che suonava, in questo modo, “L’ignoranza del passato, non solo nuoce alla conoscenza del presente, ma compromette nel presente l’azione medesima”.
Subentra un attimo di silenzio generale, a cui fa seguito un’animata discussione ed il primo a prendere la parola è il vivacissimo Nicola, biondino e gran criticone, il quale afferma di non comprendere, perché la gente si ostina a parlare difficile, tanto da non aver capito un acca, con questa ignoranza passata e presente, a meno che non stia a significare che “Chi nasce tùnne nu po’ murì quadre”.
Maria lo definisce, dopo questa infelice entrata, il solito fanfarone, perché giunge a conclusione affrettate e, quindi, come sempre, è “Nu cap’e ciuccio”, domandandosi se sia, effettivamente, cretino o fa finta di esserlo.
La discussione si anima e, ironicamente, l’accusato ed offeso, finge di scusarsi, chiamando professoressa l’accusatrice e, dopo aver dichiarato di non sopportare già gli insegnanti ed il personale non “Cocente”, ora gli toccano le offese e chiede di sapere la spiegazione della frase.
Ecco, allora, entrare nella discussione, la vulcanica e loquace Francesca, la quale era intenta ad aiutare la mamma ad infornare il pane, precisando, innanzitutto, che si dice personale non “Docente”, spiegando, a proposito dell’argomento, che tutti dobbiamo conoscere le proprie radici, per poter spiegare modi di dire, di agire, che si sentono, ancora oggi, per poter recuperare quei valori morali che vanno scomparendo o sono scomparsi del tutto.
Allora, il caro Nicola, a cui tutti danno addosso, si difende, prima, chiamando sapientona Francesca e dicendo, finalmente, di aver compreso il senso della frase, ma, polemicamente, aggiunge e fa un invito, affinché si parli chiaro , in quanto, il parla chiaro è fatto per amici e, mettendo in risalto che a lui gli “Strolloghi”, non sono mai piaciuti, in quanto chi parla difficile lo fa, o perché non ha niente da dire o perché non vuol farsi capire, per nascondere qualcosa “Tene ‘o serpe int’o manicone” e in definitiva è un buon “Jacuviello”ed, oltretutto, a lui lo stile “Barracca o baracca”, non gli è andato mai a genio.
Risate generali che fanno infuriare, ulteriormente, Maria, definendolo, questa volta, un “Cape ‘e maglio”, correggendolo con “Barocco”, ossia scrivere belle frasi senza dire niente e poi, per dare una spiegazione pratica, invita i presenti a raccontare qualche storia, ascoltata dai loro genitori o nonni.
La gente, nel passato, ha cercato, per sopperire alla povertà, alla ignoranza e allo anonimato di identificarsi, direttamente o con propri familiari, in protagonisti di fatterelli, leggende o fiabe o di darsi alla ricerca di un tesoro mai trovato.
Spesso, dai nostri genitori, dai nonni, dagli zii, dalle zie, si sente dire “Questo successe al mio bisnonno”, “Stu fatte s‘àrrìcorda l’acqua a Nola”, per dire che è vecchissimo oppure “Il mio parente non si faceva passare la mosca per il naso”, e Nicola come al solito, rompe il silenzio e l’attenzione, dicendo “ “E vero, ‘e pigliave tutte ‘mocca”, tanto che viene allontanato dal gruppetto -.
I fatterelli erano sì, inventati o meglio, venivano snocciolati, genuinamente e spontaneamente, ma si rifacevano a fiabe, già conosciutissime di autori famosi del passato e forse, venivano narrate da coloro i quali avevano avuto la possibilità di andare a scuola e soprattutto da signorotti, che, mediante questi fatti, cercavano di incutere loro paura, per impedire che questi intralciassero i loro interessi o per fare i loro illegali comodi.
Una favola che persone avellane raccontano, con piacere è quella di “’O lione ‘e Tummase”, che ha, come cornice, una località amena e l’anfiteatro e colui il quale la sa raccontare molto bene, con garbo e fantasia, è il simpatico affabulatore Mario, che, non ancora deve rincasare, per cui tutti risentono della sua assenza, ma nel momento che Genoveffa lo vede arrivare da lontano e volendo, con gioia ed ansia, annunciare il suo arrivo e fare, altresì, sfocio di quel poco di latino che ha imparato a scuola, invece di dire “Ecce homo”, erroneamente, si esprime con “Ecco il geometra”, ma subito lo si invita a raccontare la storiella.
“Un leone giaceva ferito, in località Fusaro di Avella, quando si trovò a passare, dovendo andare, in un suo podere, (aecopp’), o meglio “fore, ‘e tore” alle Fontanelle, un avellano di nome Tummase, il cui cognome, ovviamente, rimane un incognita, perché ogni persona afferma che si tratti di un suo parente e la sua ferita, guarda caso, consisteva, in una grossa piaga, aperta da una spina, che si era conficcata nella zampa e avvertiva un forte dolore che gli impediva di camminare e il sempliciotto ed instancabile e onesto Tummase, appena vide il leone, ebbe paura e se ne stava tornando, per cercare di non passargli davanti e, quindi riprendere la strada di San Cataldo ed andarsene lungo “ ‘o sciumme”, ovvero il Clanio, a proposito del quale, il narratore indugia, affermando “Mica era cumm’a mò, nuie ciò vevevamo l’acqua , tant’era pulita”. Improvvisamente, si senti chiamare e si girò intorno, per rendersi conto chi fosse, ma non vide nessuno e pensò che fosse stata la paura a dargli quella impressione e soltanto quando si accorse che era stato il leone, passò dalla paura alla meraviglia; paura, incoscienza o meraviglia furono gli stati emotivi che lo fecero, inconsciamente, avvicinare al leone, il quale, con modi garbati, come si conviene ad un re, gli chiese di togliergli quella spina dalla zampa e il buon uomo gliela tolse e di poi gli medico la ferita con miscugli di erbe naturali, dopo avergliela disinfettata con la sua pipì. L’animale lo ringraziò, vivamente, e gli disse “Si tiene bisogno ‘e me, chìammame, stòngo ‘e case int’’a grotta lungo ‘o sciumme. Songo ‘o cape re liuni e evvote faccio qualche lavuretto ‘o circo pè campà”.
Ora accadde che l’onesto uomo, per motivi di sopravvivenza, insieme ad alcuni suoi amici, provenienti da altre zone quali “ ‘o livurnese, ‘o paduano, ‘o cassese, ‘o bruscianese, ‘o strianese, ‘o viscianese, ‘o napulitano, ‘o merecane, ‘o mugnanese, ‘o vajanese, ‘o muntefurtese, , ‘o vallese, ‘o tripulino, ‘o summese”, ‘o uttianese“, venne accusato di ribellione e fatti prigionieri dal Prefetto Lucceo Anassimandro furono mandati nella arena alla dannazione delle belve e furono aperte le gabbie ed uscirono dieci leoni, che si dirigevano verso i malcapitati pronti per azzannarli ma il popolo, sulle gradinate, ammutolì, quando si accorse che uno dei leoni corse più di tutti e si andò a piazzare davanti ai condannati, dicendo “Fermi tutti. Turnàte àrrète, oggi si sciopera, pecchè c’è stà l’amico mio Tummase” e allora il regnante dal podio, notando questo senso di amicizia e soprattutto di riconoscenza da parte dell’animale, restò senza parole e decise di liberare i prigionieri, non senza aver prima detto loro di non ribellarsi e vivere onestamente”.
Tutti erano d’accordi che era stata un bella storia, perché piena di significati nascosti, che, a volte, per distrazione o superficialità non riusciamo a cogliere.
Venivano esaminati i temi, a cominciare dalle parole “aècopp’, fòre”, tore”: la prima che sta ad indicare un luogo in salita, per la seconda, per la quale, esistono molte spiegazione, tra cui, perché spesso i contadini, nel passato, quando si recavano in campagna, legavano i loro figli fuori dalle case, come cani, mettendogli anche da mangiare, mentre “Tore”, ossia un’altra località importante, perché anche in quella zona ci sono stati i primi insediamenti umani e poi si è parlato del fiume che adesso è abbandonato, il quale ha rappresentato, per Avella, ciò che il Tevere è stato per Roma così come altri corsi d’acqua hanno rappresentato per le proprie zone ed è anche un fiume leggendario, già nel nome, perché, secondo alcuni, viene chiamato così da Clanion, significante gigante prosperità o da Klanion, che, in lingua greca, vuol dire viole e ciclamini, in quanto sulle sue sponde, crescevano queste specie di fiori e non ultimo veniva descritto con acque limpide e questa affermazione nasconde una velata accusa per come gli uomini l’anno ridotto.
Ma è leggendario se si pensa alla parola Clan, che sta per Tribù, con riferimento, quindi ai primi insediamenti umani e su di esso, nato col nome di Fiume di Avella, come è noto, esistono numerose grotte e ritrovi sotto rocce ed, inoltre ci sono tracce del periodo romano con la presenza di un acquedotto, quelle medievale con Mulini e la Grotta di San Michele, nonché, fino a quando si coltivava la canapa, nella zona del Fusaro, indicante posto acquitrinoso o la presenza del fuso per arrotolare, per concludere con le Carcare, la Pastorizia e la coltivazione delle Cipolle per l’appellativo di “Cipullari” e si dice che qualsiasi oggetto venisse gettato nel Clanio diventava, per magia, pietra , e che, in occasione di un assedio di un popolo feroce, vedendo che gli avellani non potevano uscire dalle loro abitazioni, egli ritirò le sue acque; nel primo caso, la “Magia” sta ad indicare la sua produttività, nel secondo “Ritiro delle acque” e, perché, sicuramente, ci fu un periodo o periodi, in cui non scorreva, ragion per cui gli avellani passavano brutti momenti, caratterizzati da carestia e furono costretti a spostarsi, fondando Avella.
Va ricordato il personaggio Tummase, che ha un solo nome per tutti, ma molti cognomi, perché ognuno dichiarava di essere un parente, per darsi importanza ed il ritorno alla onestà, alla amicizia e l’amore per gli animali e, nel piccolo, possiamo parlare anche di emigrazioni e matrimoni, perché la gente, che emigrava da un paese allo altro, portava, con se, queste storielle, attribuendo ad esse connotazioni diverse, anche se il filo logico era sempre lo stesso, ma, in questo modo, ognuno tentava e si ergeva ad essere uno storico del suo tempo.
Alla compagnia di coetanei che evidenziava i temi, si era unito anche il piccolo Carmine, frequentate la prima elementare, al quale piacevano molti i gladiatori, dicendo che avevano dimenticato di parlare di Marco Fuficio, un fortissimo gladiatore avellano, che aveva, in Avella, una scuola di gladiatori, procurando, simpatica e curiosità, perché i presenti non sapevano di questa notizia.
Indubbiamente, il solito disfattista non mancò di esprimere giudizi negativi e nel farlo, dimostrò ancora che “ ‘A lavà ‘a cape ‘o ciuccio, c’è pierde l’accqua e ‘o sapone”, affermando, giustamente, che era una favola di “Feto” e che se fosse, per lui, avrebbe buttato una “Vitamina” (Dinamite) su tutte le scuole del mondo, facendole così saltare in aria e sulla derivazione della parola Clan, riferita al fiume di Avella, esordì con “Volete dire che il nostro fiume apparteneva a qualche banda camorristica?” e alla sua meschina ed infantile ironia, gli si rispose, altrettanto“ A quella di Gioia del Colle o pensandoci bene alla famosa Banda Verde avellana”, tanto che salutò i presenti perché doveva andare al Comune per chiedere un certificato di “Resistenza in vita” (Esistenza in vita) e tutti gli fecero un grande applauso, sia perché se ne andava, sia perché, nello sbagliare aveva detto la verità, perché ad avere a che fare con lui, ci voleva, veramente, senso di pazienza e sopportazione.
Coccolarono Carmine e poiché, aveva accennato ai gladiatori ed ad una presumibile scuola esistente nel paese, lo invitarono a restare, in quanto, Marcantonio, nome voluto dal suo papà, amante delle vicende storiche romane, inculcate anche al figlio, iniziò proprio a raccontare dell’inaugurazione dell’Anfiteatro avellano.

(Sul prossimo numero: Inaugurazione dell’anfiteatro)