BIG BANG
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Pubblicato il: 20 Novembre 2019

BAIANESE. “Don Peppe Picciocchi”: il profilo dell’ “Interdetto”

E’ l’interessante personaggio di Baiano che lo scrittore, prof. Enrico De Falco, menziona nel suo testo “Baiano – Origine e Vicende  di un Casale di Avella“, Seconda Edizione – Laurenziana Napoli – 1985.

L’autore di Storia Patria, lo etichetta coll’aggettivo “interdetto”, per cui lo scopriremo, riportando la sua biografia, in toto.

Tra i non pochi sacerdoti, una decina, che intorno agli anni trenta vivevano ed esercitavano in paese, si colloca una figura ricordevole, don Peppe Picciocchi. Bassotto com’era e leggermente obeso, col labbro di sopra che gli sporgeva appena un poco oltre quello inferiore, aveva pochi capelli neri e radi, nonché due occhi grandi e vivaci che spiccavano in un volto virilmente maschio, di colorito scuro. Per questi tratti caratteristici della sua fisionomia non poteva dirsi propriamente un bell’uomo, e tanto meno un bel prete: non sfoggiava vesti sacerdotali pompose, come chi si compiaceva di giubbetti di velluso e di costose calze di uno o più colori vivaci; né mai s’era messo in capo il cappello nero ornato di cordoncini, secondo il gusto francese, ma il semplice copricapo del clero secolare, flosco e a falde leggermente ricurve. A quel modo semplice d’abbigliarsi s’univa, però, un’espressione  del volto sempre serena e sorridente; mai accigliata o collerica; ben attento alle regole del saper vivere, conosceva l’arte di farsi amare e riuscire gradito al prossimo. Alle sue cure era affidata una piccola cappella nella zona dei <visuni> dedicata all’apostolo della Spagna, San Giacomo, e frequentata quasi esclusivamente da quei contadini che abitavano l’estremo sud del paese. Senza preoccuparsi del ridicolo, e senza cadere nemmeno in esposizioni di vanità, per mancanza di sacrestia e di un valletto che l’aiutasse si vestiva da solo davanti all’altarino infilando la cotta, la bianca corta e merlettata camicia dell’officiante, sugli indumenti neri coi quali era bardato. Non appena si accingeva a mettere al collo la stola, i pochissimi fedeli, in genere rurali del posto, entravano nella cappelletta. Non avendo famiglia, viveva assistito da una valida Perpetua nei cui riguardi qualche lingua lunga non mancava di malignare: l’argomento, però, non irritava il robusto e brioso sacerdote. Tutt’altro; esso gli era occasione a qualche gustevole riflessione accompagnata da lunghe risate: <era un uomo troppo religioso per commettere certi atti condannabili, anche se certe cose facevano parte della bontà del creato>. Durante la celebrazione dei funerali, ben pulito come se dovesse andare a festa, appariva in tutto l’orgoglio del suo ruolo; gli è che il don Peppe, devoto di San Gerardo, aveva messa su, controllava e dirigeva la congregazione dei gerardini, un’associazione di ragazzi dagli otto ai dodici anni che, indossato l’abito del noto santo dei Liguorini, aprivano quasi sempre il corteo funebre tanto a Baiano quanto nei paesi viciniori, ove addirittura i piccoli sodali passavano per orfanelli per via del loro abito nero. Autorevole, deciso, armato di bastone, non di rado con termini duri redarguiva i confratelli della <congrega> di Santa Croce. Quand’uno avesse voluto conoscere i disoccupati, gli analfabeti, gli ottusi e i rimbambiti, non occorreva andare all’anagrafe comunale, erano tutti lì, in quella confraternita, timorosi soltanto di don Peppe che non consentiva loro, intenti a vestire l’abito della congregazione poco prima del funerale, l’uso di un linguaggio buffonesco, licenzioso, triviale. A parte il dovuto rispetto alla sacralità del luogo, erano presenti i suoi ragazzi, molti dei quali appartenenti a famiglie dignitose, di sani principi, a volta anche ben agiate. Salutista tanto nel senso spirituale, della cura dell’anima, quanto principalmente in quello fisico, di chi ben provvede al corpo perchè esso non sia colpito da malattie o da vecchiaia precoce, seguiva un regime dietetico al quale qualsiasi altra persona difficilmente si sarebbe adattata. Una tazza di latte e caffè con qualche biscotto formavano il suo nutrimento frugale di mattina e di sera, a merenda e a cena; il vero pasto era quello di mezzogiorno durante il quale mangiava molto e beveva vino generoso. Di seguito, alzatosi da tavola per dare quattro passi fuori e scambiare qualche parola coi suoi filiani, dava prova di uno stato di particolare vivacità e allegria: il viso si coloriva, gli occhi si animavano, la voce, già forte e baritonale, si faceva più sonora cedendo volentieri al bisogno che dall’intimo lo stimolava al colloquio…”.

(Sul prossimo numero la seconda parte)