BIG BANG
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Pubblicato il: 28 Giugno 2020

L’economia avellana: le cipolle e la leggendaria Angela Maietta

di Nicola Montanile

“ Cipulucce Novelle  di Avella”, “Arigliett  di Avella, t’addora mocc”, era la voce forte della leggendaria avellana, la stimata ed onesta Angela Maietta, moglie di Antonio Vetrano, una venditrice di ortaggi, meglio conosciuta con lo stortnomme (A ccellina), perché, tra l’altro, vendeva ogni tipo di ortaggi, tra cui appunto, “laccio” (sedano), “Putrusino” (prezzemolo), “Masinicola” (basilico), agli, origano, insalata, finocchi, verdura, broccoli, minestra, fatta a mazzi e legata con giunchi, prodotti di stagione che acquistava da contadini locali e si spostava, a piedi, tra Avella e Baiano, con il materiale riposto in una cesta (Spasella) che portava in testa e calzava scarpe di stoffa.

Era una donna e una nonna che amava molto i suoi nipoti, figli di una un’unica figlia, l’apprezzata Maria, tanto che quando tornava dalla vendita, regalava loro 5/10 lire ed aveva la mania del gioco del lotto (allora nel palazzo Migliaresi a Cortabucci) e quindi il guadagno lo sperperava in gioco.

Un’altra abitudine: ogni sera beveva un bicchiere di acqua con un cucchiaino di sale inglese, perché, secondo lei, faceva bene alla pressione ed, inoltre, mangiava tre biscotti Wafer, comprati da Balletta che condivideva anche con i suoi nipotini.

Abitava in un basso, nella zona di (Chiazzaravascia” (Santa Candida), nella cortina della famiglia Pedalino, alias (‘O Pituscio), o (Giacchino ‘o Maritiano) e caratteristico era il suo letto in ferro battuto nero e con cerchi centrali e con dipinti floreali, che, alla sua morte, venne venduto per 1500 lire.

Quando stava sola, il compianto genero Giuseppe Montanile, un valentissimo sarto, passava tutte le sere a sincerarsi che stava bene ed una volta, poiché non rispondeva alla chiamata, preoccupato, alzò la voce, chiamandola Mamma e, la simpatica donna, quando, aprì la porta, disse “Finalmente, dopo dodici anni, mi hai chiamato Mamma”.

Ammalatasi, trovo conforto, vivendo con loro, nell’amore e nell’affetto e alla sua morte, avvenuta, negli anni sessanta, all’età di 76 anni, dietro il quadro della Madonna dei Flagelli, che aveva al suo capezzale, furono trovare 800 lire.

In definitiva, la sua semplice ed onesta esistenza, ha rappresentato un tassello che compongono un mosaico delle nostre radici e la valorizzazione della nostra economia di

prodotti e di altri consimili, che lei reclamizzava e che avevano bisogno di una cospicua abbondanza di acqua ed, in modo particolare, le cipolle, che, era fornita dal Fiume di Avella ovvero il Clanio e soprattutto dalla presenza dei Mulini, lungo il suo corso, dove si accumulava.

La distribuzione avveniva, grazie ad un guardiano, all’epoca, il signor Ernesto Ostacolo, “ ‘Nustrulillo ‘O Baiocco”, che apriva la saracinesca del Molino Nuovo, usato, in seguito, anche come mattatoio comunale, su richiesta e pagando 10 lire all’ora, che, poi, il denaro veniva depositato nelle Casse Comunali e, quindi, il su indicato lo si può definire un probabile dipendente.

L’acqua, fluente, finiva nella “ Parula” che si trovava nella zona di Santa Croce, passando per il “bagnaturo” delle pecore e arrivando fino all’imbocco di via Patricciano, che si congiunge con la Panoramica e via Santo Jacopo, sulla cui destra, inoltrandosi, per un podere privato, vi era, un tempo, la Grangia di Malta e la strada che porta al Castello-Fortezza o di San Michele; negli anni sono nate costruzioni ed il quartiere si è ingrandito e popolato.

Un’altra “Parula”, era, quella che, oggi, è la residenza Gescal, ma che, allora, per l’appunto, si chiamava, Vasca, dove, attraverso una stradina, nei pressi della Chiesa della Madonna del Carmine, portava l’acqua, anche ai treni della circumvesuviana.

Spostandoci, in via Ferrovia, alle spalle dell’Ina Casa, sussisteva la “Parula” della famiglia Abate, un discendente dei quali era il compianto veterinario, nonché professore di matematica e scienza, Giuseppe, alias (‘E Scioscìa).

Non bisogna dimenticare la “Parula”, del Duca Capece Galeota, marito di Isabella, figlia dei coniugi Ferdinando Alvarez De Toledo e Livia Colonna.

Era molto estesa e veniva gestita dai coniugi, Carmine Palma (‘O Quaglia) e Luigia Caruso (‘A Capeciuccia) e, per intenderci, occupava la zona dall’inizio di via Francesco De Sanctis fino al ponte della vesuviana e alle spalle della Chiesa del Purgatorio.

Ci si arriva nelle località stradelle (dove è il passaggio a livello della vesuviana), si ha la “Parula” della proprietà di don Nicola Tulino, cognomen “ ‘O Cupellàro”, gestita dalla

famiglia Angelo Miele (‘Mast’ ‘Ngilillo) e all’angolo, via Carlo III, la “Parula” dei Gandolfo Soprano, la “Fiorentina”, gestenti anche un frantoi ed un altro, in via San Nicola, e, intanto, la su indicata è affidata ai coniugi, D’Avella/Silvestri, (‘O Jacuviello).

Ultima tappa annovera la “Parula” della Duchessa di Presenzano, un’altra figlia di Alvarez De Toledo/Colonna, di nome Maria Consuelo o della Consolazione, appellativo “Bebuzza”, la quale abbracciava l’area che partita dall’attuale Banco di Napoli e, fiancheggiata da via Carmignano, si protraeva fino a via Giardino, divenuta per un errore di copiatura “Iardino”, ed era curata dai Gentile, definiti (Coloni Agiati), capostipite Stefano e utilizzavano l’acqua che confluiva in un pozzo, ancora oggi notabile, poiché divenuto un pezzo museale, nella neo sala dedicata ad Alvaro Alvarez De Toledo, per riempire una cisterna, per innaffiare il Boschetto.

Uno dei maggiori produttori di Cipolle era Pasquale Arbucci (‘O Scarpaleggio),la “Parula”, via Santa Croce, e i suoi fratelli avevano anche un frantoio, la cui arte è stata, a tutt’oggi, tramandata da padre in figli e nipoti

Comunque le sopramenzionate erano attrezzate come vere abitazioni, simili alle famose “Curtine” e, quindi, erano dotate di una stalla, un forno, un lavatoio, un pollaio, un mandrillo, un pozzo o una cisterna o entrambi e un deposito per conservare le varie produzione da vendere direttamente o indirettamente.

Infine, se la compianta venditrice Maietta era una leggenda folcloristica avellana, lo stesso lo si può dire per le figure che ruotavano intorno alle attività umane ed economiche quali Mediatori e Sensali.

I primi erano riconosciuti e li si potevano definire veri e propri notai, che con una stretta di mano, non potevano venir meno alla parola data e guadagnavano una forte percentuale e se ne citano alcuni come Salvatore Pecchia, (‘O Palomma), Felice Napolitano (‘O Ciomme), Antonio D’avanzo (‘O Separo) e sua figlia Carmelina, Francesco Gaglione (don Ciccio) mentre i secondi, che avevano il compito di prendere contatti tra il produttore e l’acquirente, si ricordano: Antonio Barba (Tatonno ‘o putecaro), Agostino Gaglione (‘O Barbacianno), Andrea Montanile (’O Marchetto), Paolino Nappi (‘O Separo), Fiore Canonico (Vignitelli/Muntagnelle), Carmine Palma (‘O Curtulillo), Sebastiano Maietta (‘O Vallese).

Fatto alquanto singolare: le palure avevano una doppia funzione, poiché l’acqua scorrendo attraverso i canali, si portava via anche gli scarichi quotidiani, ma, per saperne di più, basta cliccare sul nostro web, per un pezzo precedente.

(Fototeca di Leonardo Avella: Resti del portale di piperno scolpito e parte del muro di cinta del Vigneto/Parula del Palazzo Baronale che si affaccia su via Carmignano e Fototeca di Nicola Montanile: Immagini riassuntive di Avella, inizio 900, in fondo a destra una “Parula”.