BIG BANG
BIG BANG

Pubblicato il: 16 Marzo 2015

MONTEFORTE. La storia: Il destino di Enrico di Cornovaglia si compì nel Castello di San Martino

di Nicola Montanile

Sfogliando le pagine ingiallite de “Il Mattino”, – Martedì 11 novembre 1952, nella Cronaca di Avellino, si legge un articolo che ha per occhiello “VIAGGIO PER L’IRPINIA” e per titolo su due colonne “Il destino di Enrico di Cornovaglia/ Si compì nel Castello di S. Martino” .

L’articolista era Gianni M. Maggio, mentre il fratello era Ettore, poeta, nato ad Ottaviano, il quale, tra l’altro fu Sindaco di Sirignano, nel 1950, a solo ventiquattro anni e deceduto  nel 2000.

Ma ecco il pezzo“Il 23 marzo 1271, mentre nella Basilica di S. Silvestro, in Viterbo, erano in corso delle solenni funzioni religiose, un uomo giovane e forte, sbucato improvvisamente dalla penombra delle sacrestie, si scagliò con veemenza, contro un biondo cavaliere riccamente vestito e senza far motto, gli vibrò molte pugnalate al petto, facendolo stramazzate esamine al pavimento. Il biondo cavaliere era il Principe Enrico di Cornovaglia, figlio del re Riccardo d’Inghilterra.

L’uomo che lo aveva pugnalato era Guido, dei Principi di Montfort, signore e proprietario di un grosso castello nei pressi di Avellino, dal quale prese il nome di un paese che oggi è tra i più fiorenti della Provincia omonima: Monteforte Irpino.

Ho visto i ruderi di questo castello, dopo aver attraversato la frazione Borgo di Montetforte, e mi sono convinto che, tra le sue mura, i Principi di Montfort (pare di origine francese) dovettero pur trovare la sensazione di sentirsi tranquilli – relativamente – da ogni scorribanda e da ogni insidia.

Ma senza dilungarmi troppo sulle moltissime misure di sicurezza che erano in voga nel secolo XIII, vi narrerò come avvenne che, in questo castello, Guido Montfort, (proprietario di immense estensioni di terre nell’agro circostante), escogitò il piano che doveva portarlo a Viterbo, per pugnalare uno dei più noti personaggi del tempo. Vi dirò, subito, però, e a scanso di equivoci, che la storia che vi riferisco non ha seguito i motivi esclusivamente e rigorosamente storici, ma anche vociferazioni, supposizioni, leggende, in una parola, che in Irpinia sono tante e diffuse  e.. guai a non crederci!

Pare, dunque, che Guido Montfort – carattere ardente e generoso, ma eccessivamente impulsivo – si fosse pazzamente innamorato di Ornella, figlia unica dei Marchesi di Glasgow, da lui conosciuta durante un ricevimento alla corte britannica. Ornella – a mala pena simpatica, ma di una civetteria sconcertante, diabolica e perfida, avidissima di tesori- aveva dapprima aderito alle sincere profferte di amore di Guido; ma quando questi ebbe dato fondo a tutte le sue riserve pecuniarie (egli, a Londra, non portò molte ricchezze) la volubilissima inglesina lo piantò in asso senza rimpianti e senza speranze future, concedendo le sue grazie e i suoi favori al giovane Enrico di Cornovaglia, figlio del Re Riccardo.

Non starò ora a descrivervi le manifestazioni esteriori dell’intimo stato d’animo di Guido, il quale rasentò anche la follia, ma vi pregherò di riflettere su un particolare interessante: Guido di Montfort, cinque anni prima dell’incontro con Ornella, si era scontrato a duello nelle Fiandre, per motivi di onore, con Enrico di Cornovaglia, uscendone con una tremenda emorragia causatagli da una formidabile stoccata all’emitorace sinistro e, grazie a quel colpo stette parecchi giorni tra la vita e la morte! Immaginate, quindi, quale dovette essere il furore del Montfort allorché si vide soffiare la capricciosa dama proprio da colui che già una volta lo aveva costretto a mordere la polvere acre della sconfitta! Tentò Guido di convincere Ornella a riprendere la relazione, scongiurandola di tornare a lui, promettendole in dono tutta la sua proprietà in Campania, persino umiliandosi a piangere in ginocchio di fronte alla vanitosa marchesina di Glasgow: ma i “no” sdegnosi e ironici di quest’ultima lo schiaffeggiarono senza pietà ben presto, riducendolo in un pauroso stato di disperazione. Allora guido pensò che per curare l’effetto, bisognava risalire alla causa: e l’idea di assassinare il temibile e potente rivale gli si affacciò nella mente sempre più insistente. Studiò vita e abitudini del figlio del re di Inghilterra, comprò al proprio servizio due suoi scudieri e deciso di ucciderlo di notte, all’uscita del palazzo dei marchesi di Glasgow. Ma il suo piano fu scoperto e sventato a tempo, e Guido, braccato dalla Guardia del Principe, dové precipitosamente fuggire e riuscì a imbarcarsi  per la Francia, donde, poi, ripartì per il Castello avito, ove giunse febbricitante e lacero, con la mania di vedersi continuamente perseguitato dai cortigiani del principe di Cornovaglia.

Nel castello, curato e rimesso in forze, scortato a vista da quattro fedelissimi servi armati, Guido non smise l’idea di eliminare per sempre il favorito di Ornella: avrebbe rivendicato, così, anche l’affronto patito cinque anni prima.

Il caso gli fu amico. Mentre, infatti, era a cavalcare, ai primi di marzo del 1271, con un folto gruppo di cavalieri, fu avvertito – da una staffetta – che, al castello, era stato trascinato un villico “di nordiche sembianze”, sul quale gravavano seri sospetti.

Rientrò al castello a spron battuto, vide il prigioniero, riuscì a fargli confessare di essere stato mandato per ucciderlo dal principe di Cornovaglia, il quale si sarebbe recato a Viterbo il 13 marzo per assistere ad una solenne cerimonia nella Basilica di San Silvestro. Guido non perdette il suo tempo: fece impiccare il servo del suo rivale e, dopo aver giurato sulla sua vita di uccidere a qualunque costo Enrico di Cornovaglia, partì dal castello senza scorta alcuna, e giunse a Viterbo il 10 marzo di quel tragico anno.

Rimase tre giorni tappato in una locanda, studiando il piano di vendetta nei minimi particolari. Poi, travestito da oste, la mattina del 13, si diresse verso la Basilica. Si nascose nelle sacrestie fin quando il temuto rivale non gli fu a pochi passi allora, estratto un pugnale, gli si avventò contro come una belva ferita e si diede a colpirlo con una furia bestiale.

Chi mi raccontò questa storia, invitato ad esprimere un giudizio personale sul signore di Montfort, mi rispose testualmente, guardando per l’ennesima volta i ruderi di quel Castello: “ Che volete dottò! Certo che non agì da cavaliere perfetto, il nostro Guido; ma come possiamo, noi montefortesi, essergli contro?In fondo in fondo è lui che ha dato origine a questo bel paese, e poi egli agì per amore. E voi mi insegnate, l’amor e sempre l’amor”.

Già, l’amore è sempre l’amore! Pensavo a questa frase di Cicerone risalendo in automobile ed avviandomi sulla strada del ritorno: e, in fondo, mi convinsi che i montefortesi non potevano pensare, diversamente, dal loro fondatore.

Il quale sarà, per quei bravi cittadini, il più signore dei signori e il più cavaliere dei cavalieri.

Comunque del paese cerniera tra le zone costiere napoletane e l’entroterra irpino ne ha parlato, ultimamente, Carmine Santulli con il suo lavoro “I Segni i luoghi le Memorie Montis Fortis – Storia del Territorio”, nonché, prima ancora, Vittorio Iannaccone con “Storia del Castello di Monteforte – Monteforte nella rivoluzione (1820 -1821)”, senza dimenticare  Giuseppe Ercolino “Castrum Montifortis – Storia del castello di Monteforte attraverso le vicende dell’Italia meridionale dell’alto Medioevo al XIII secolo”, Eleonora Davide “Monteforte – conoscere un paese e la sua storia” e “La Guida turistica – Monteforte Irpino”, dell’Amministrazione comunale; tutti sono interessantissimi. Venia, per la mia ignoranza, se in giro circola qualche altro testo.