BIG BANG
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Pubblicato il: 11 Ottobre 2020

Non solo nocciola, tutti i frutti tipici del Mandamento Baianese

di Nicola Montanile

“In Asiam Graeciamque e Ponto venere eae ideoque et Ponticae nuces vocantur“, nei paragrafi 82 – 96, del suo famoso libro “Naturalis Historia” (Storia Naturale), libro 15, trattava, Plinio il Vecchio, l’argomento Nocciole ed infatti la traduzione dice “Queste giunsero in Asia e in Grecia dal Ponto perciò sono dette anche noci pontiche“. 

Quindi già ai tempi dello scrittore latino, su menzionato, le nocciuole erano presenti sul territorio avellano – baianese, tanto che molti, hanno sempre ipotizzato, erroneamente, che l’etimologia avellana del nome venisse attribuito a questo frutto, mentre è Avella che produce una speciale qualità da dare il nome “Corylus Avellana“, presente nei cataloghi del Regno delle due Sicilie.

Comunque bisogna, però, considerare che il prodotto, in questione, secondo il riferimento, nel suo interessantissimo testo “Nocciolo della vita“, titolo a doppio senso, della professoressa Giovanna Ferrante Sorrentino “Negli anni ’30, si ebbe un timido inizio di sostituzione di alcune colture con il nocciolo. Il fenomeno crebbe negli anni ’40 ed esplose nel ’50, ’60, fino alla totale eliminazione delle vecchie colture“.

In effetti il passaggio da una multicoltura a monocoltura è dovuta a tanti fattori, lunghi  da menzionare, non ultimo la non più abbondanza delle acque, che caratterizzava il posto ed in modo particolare, Avella, soprattutto, quando il Clanio da fiume è diventato un torrente e, quindi scorrente solo dopo le pioggi e lo scioglimento delle nevi, poichè le sorgenti che lo alimentavano, sono state captate per approvvigionamento dei fabbisogni quotidiani.

Prima delle nocciole esisteva, in logo, una produzione vasta e variegata, nel campo ortofrutticolo che, sarebbe molto lunga da menzionare, per cui in questa tornata ci occuperemo, esclusamente, della frutta, ad iniziare dalla Mela..

Nota col nome latino MalaOrbiculata, prodotta intorno all’Orco, Lago d’Averno, non possiamo non parlare della famosa Anorcola, in seguito, Annorcola e solo nel 1876, nei vocabolari, la si trova Annurca.

Tonda e rosseggiante, che la si coglie quasi acerba, per poi farla maturare al sole, col sistema ” ‘Avutata rè mele”, la si poteva mangiare anche nei periodi natalizi e a cercare di farle concorrenza era la “Ustegna“, la “Limoncella“, anch’essa piccola, profumata e dal sapore dolcissimo e la “Muscardella“, per finire alla “Paulese” e “Cap”e ciuccia“, che era di dimensione più grande rispetto alle altre e la “Cotogna“, mangiatola, preferibilmente, cotta, anche perchè cruda è amara e qualcuno asserisce di non appartenere alla categoria della mele.

Il famoso “Vino del Castello” prodotto in località la “Vigna“, presso via San Francescco, ci ricorda la  produzione di Uva.

Questa veniva prodotta, nel vigneto, in via Carmignano della Duchessa di Presenzano, Maria Consuelo o della Consolazione, figlia di Livia Colonna e di Ferdinando Alvarez de Toledo Conte di Caltabellotta, nonchè nella

 proprietà “Forestella” (Frustella), dei suoi nipoti Ramiro e Alvaro.

Le qualità più note erano “Pierepalumbo“, “Menna ‘e vacca“,

 “Nustrane“, “Muscariello“, “Fraule“, “Santu Runate” e, non molta, la “Cateranesca” di Somma Vesuviana, detta così perchè coltivata in Catalogna, in Spagna, grazie ad Alfonso 1° d’Aragona.

Si racconta che un fannullone, stava oziando sotto un albero di Fico, quando, inaspettatamente, gliene cadde una sul volto e questi, rivolto ad un amico gli disse “Adderizzame ‘a fica mocca“.

Non si è mai però venuta a sapere se fosse la “Santupietro“, “Colomba“, “Vuttara“, “Triana“, “Maricella“. Pare che non c’è ne sono più, o…no?

Certamente, chi, ai nostri giorni, non si è fatto, prima o dopo pranzo, anche una bella, Pera, frutto aspro dolce, dal color giallo, qualità “Spadafora“, ” Del Preute“, “Mastrantuoni“, “Campana.

Un altra frutta la si può introdurre ricordando il gioco che si faceva con il suo nocciolo ” ‘Ncopp’ ‘a mano e singtiello”, ovvero Albicocca.

Si facevano, usando abilità; girare le “nuzze” dal palmo della mano al dorso e farle ritornare al punto di partenza senza farle cascare a terra.

Le cadenti, tra una distanza e l’altra, si passava il mignolo facendo un simbolico segno e poi si passava a schiopparle con pollice e l’indice per farle toccare e accapararsele, ma si potava giocare anche in altri modi.

La specie delle cosiddette anche “Mennule”, erano la “Lisandrina“, “Palumella“, ” ‘A Zoppa ‘e Sighero“.

E dall’albicocca passiamo alla Prugna detta anche Susina, originaria di Suma, in Persia con la razza “Coglie ‘e piecure“, “Zuccarelle“, “Santu Pellerine“, “Gocce d’oro“, “Rinebianche“.

Si racconta che un feudatario, stanco di ricevere, ciliege, come doni di campagna, ordinasse ai suoi soldati, di abbassare ai donatori sudditi le mutande, e conficcargliele una ad una nel sedere.

Il primo che arrivò al castello, nel subire la pena, rideva, fortemente, invece di piangere dal dolore e ciò incuriosì i soldati, i quali gli chiesero il motivo delle risate, a cui rispose “Non rido per me, ma sto pensando ad un mio amico che mi ha detto che avrebbe portato cetrioli e zucchini“.

Scherzi a parte, l’ultima frutta della nostra rassegna, è la Ciliegia, detta così perchè importata dalla Cilicia e frutto, tra l’altro, caro a S. Sebastiano, in quanto il suo rosso indica il sangue e, quindi, il martirio.

Presente in tutto il territorio, la “Donna Luisa“, è anche la più grande e la più gustosa; secondo alcuni, ma tutto è da accertare, il nome le viene dalla regina d’Austra di passaggio per le nostre zone e a cui si fece assaggiare la su menzionata.

Nella graduatoria della maturazione, occupa l’ultimo posto, essendo preceduta di molto dalla “Parmetana“, e, a segure, “Casertana“, “San Felice“, ” ‘A lattaccia“, “Nere di Mugnano“, “Cerbone di Visciano“, “Del Monte“, “Imperiale“, ” ‘A Tora“, (il nome non è dato dalla zona neolitica di Avella), “Donna Vincenzo“, che, al centro, presenta un piccolo cuore ed è molto buona per le amarerene.

Denominata “il pane dei poveri”, perchè si usava per la panificazione miscelata ad altre farine, come quella di segale, originaria di Castanaea, in Tessaglia, da cui prende il nome, la Castagna, venne insertata sui monti di Castellone e Muntagnella, nei demani avellani

La migliore è la “Santumangola“, la più grande, mentre la più piccola e”Scarzetelle“, “Gellavilla” e poi quelle d’importazione, per antonomasia la “Montellese“, dall’omonimo paese, in provincia di Avellino e la “Francese“, che, secondo alcuni, sarebbe  più saporita di quella delle nostre zone.

Si potevano gustare: cotte “Verole”, “Vallene”, “Allesse”, “Arrostite”, in una padella bucata e, in tanti altri modi, e si ricordi anche la voce del venditore di caldarroste, che  gridava: “So cavere e  vullent’“.

In definitiva, però, non dire mai a qualcuno “Si nu scampolo d’allessa” e ne tanto meno “Omme allesse“, così come al sesso femminile “La donna è come la castagna:bella di fuori è di dentro la magagna“.   

La dispregiativa espressione “Tene ‘e ceuze ‘ncuorpe “, in quanto significa persona cafone, furba, pericolosa, che veste cenciosa e senza scrupoli, introduce i “Ceuze” (i gelsi) e i venditori “Cevezari”, oppure “Ceuzari”, che gridavano: Ceuze bianche e ceuze nere.

A Ceuza, proveniente dal Giappone, venne portata, in Italia, per l’allevamento del baco da sete e piante erano nella zona di Terzigno.

Pare che, inizialmene, fossero solo Bianche, ma divennero anche rossenere, secondo Ovidio, nelle sue Metamorfosi, per un amore incontrastato e tragico tra i giovani innamorati Piramo e Tisbe: anticipazione della storia di Giulietta e Romeo e, quindi, consigliamo il  rispolvere i classici.  

Comunque si potevano gustare alla fine di luglio e all’inizio dei primi giorni di agosto e, difficilmente, non ci si sporcava nel mangiarle e per togliere le macchie si doveva strofinare nelle mani dell’uva o del pomodoro, fermo restando che non devono essere maturi.

La rassegna, per il momento, termina col gustarsi un bel “Portogallo“, (Arancia), frutta per l’inverno unitamente ai Mandarini, mentre il Limone lo è per tutte le stagioni.

Presenti nelle campagne e nei giardini, nel nostro comprensorio non si distinguoto per varietà, mentre  avviene, per la grande produzione nel campo,  a Liveri, paese che si estende nel Vallo di Lauro ma che fa parte della provincia di Napoli.

Questra, in breve, la coltura della frutta, ma non mancavano le spezie, precedute dalla richiesta della vicina di casa, con l’espressione “Tiene ‘nddora e’ lacc'”(Sedano), “Masanicola” (Basilico), “Putrusino” (Prezzemolo).

Preziosi ed indispensabili -(Putrusino in ogni minestra) – per il prezzemolo, si dice che bisogna seminarlo senza parlare, volendo significare che non si deve far sapere di averlo in casa, perchè gli altri subito te lo chiedono.

E non dimentichiamoci della mitica Angela Vetrano, alias”‘Ngilinella ‘a cellina”, con la sua cesta in testa che gridava”Cipulucce Novelle  di Avella”, “Arigliett  di Avella, t’addora mocc”.

Due annotazioni alquanto curiose e nel contempo interessanti: una che qualche frutta poteva avere un nome diverso da  paese a paese come per esempio Albicocca, ad Avella, Liberccia, a Visciano, Lissandrine a Roccarainola; l’altra è che un contadino, negli anni ’90, ebbe il coraggio di spiantare le nocciole e piantare, in sei moggi di terreno tutte albicocche guadagando, a raccolto finto, circa 36 milioni di lire.

Finisce qui, per il momento, la nostra scorpacciata di FRUTA.   



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