BIG BANG
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Pubblicato il: 30 Gennaio 2019

Sergio La Cava shock: “Vi racconto il marcio del calcio”

In un intervista resa a notiziariocalcio.com Sergio La Cava racconta il “Marcio del Calcio”.

Ci sono momenti, nella vita di ogni persona, anche la più pacata, in cui si sente la necessità di alzare la voce. Non per imporre la propria volontà o le proprie ragioni ma, semplicemente, per far sì che anche i più distratti possano ascoltare e, si spera, riflettere.

Probabilmente, vive uno di questi momenti l’esperto tecnico Sergio La Cava reduce dalla deludente esperienza col Pomigliano, una piazza fortemente voluta dallo stesso allenatore ma che, complice il cambio dirigenziale, è finita col coincidere con un’altra delusione.

Sono seriamente preoccupato per il nostro movimento”. Attacca così l’allenatore irpino. “Al di là delle esperienze del sottoscritto, per le quali mi assumo le mie responsabilità per le scelte fatte dal punto di vista professionale negli ultimi anni, quello che mi preoccupa è ciò che ho toccato con mano: il decadimento del nostro calcio a tutti i livelli”.

Ci spieghi meglio mister.
“Il movimento calcistico italiano è ridotto in uno stato comatoso. Non si può più andare avanti così e credo sia ora che si cominci a dire le cose come stanno ed a chiamarle col loro nome. C’è chi sta uccidendo un sogno: quello di giocare a calcio e di far parte del mondo del calcio. Da allenatore posso dire che tutti noi abbiamo delle colpe. Quando si accettano dei compromessi pur di allenare, oppure si accettano pur di giocare, ecco che finiamo col diventare complici di quanto accade”.

Cosa accade esattamente secondo lei?
“Quello che è sotto gli occhi di tutti. A partire dai settori giovanili, dove non si insegna più calcio. Si preferisce l’etica del risultato. Non si cerca di far crescere i talenti ma di portare avanti i ragazzini che vengono spinti economicamente dai genitori. Se passiamo alle squadre dei campionati agonistici le cose non cambiano. Ormai siamo invasi da orde di atleti che, pur di giocare, sono loro a pagare le società servendosi del famigerato ‘sponsor’. E la piaga ora coinvolge anche gli allenatori. Oggi il tecnico deve essere portatore di benefici economici per essere preso in considerazione. Ogni stagione ricevo decide di offerte in cui prima ancora di intavolare una trattativa seria mi viene chiesto se, e quanti, soldi posso portare alla società in questione. Ma siamo ammattiti? Se questo è il calcio allora chiudiamo tutto. La Procura Federale in questi casi dov’è? Perché non interviene? Perché non indaga? Ormai siamo in presenza di un fenomeno che sta distruggendo alle fondamenta il nostro calcio. Un problema nato, secondo me, anche per l’eccessiva presenza di società. Evidentemente a qualcuno serviva un bacino di voti a cui poter attingere e si è pensato bene di moltiplicare i club e, di conseguenza, i tesserati. Questo ha portato soggetti senza scrupoli ad entrare nel sistema. Presidenti senza portafoglio, faccendieri che si spacciano per conoscitori di calcio e che credono di poter fare i dirigenti ma che in realtà sono lì sono per mungere una vacca che è sempre più magra. Se un direttore sportivo, ad esempio, anziché costruire una rosa su indicazione delle necessità evidenziate dal proprio tecnico, scegli i giocatori in base al margine di lucro personale che può ottenere su una determinata trattativa o, addirittura, a seconda di chi gli porta più soldi, è evidente che inficia non solo il valore della sua squadra ma depaupera tutto il movimento e, soprattutto, mete in difficoltà il proprio allenatore. E così poi ci sono alcuni club che si sentono autorizzati a giocare sporco…”.

Cosa vuole dire?
“Vuol dire che poi va a finire che la società va in crisi economica, che non ha una sua patrimonialità e finisce col chiedere, probabilmente, al proprio tecnico di perdere una o più partite per scommetterci su e reperire i fondi per pagare gli stipendi dei tesserati. Oppure, succede all’inverso, che il club non paga gli emolumenti ed alcuni giocatori si organizzano per conto proprio per recuperare allo stesso modo i soldi che non ricevono”.

Queste sono riflessioni gravi…
“Me ne rendo conto. Come ho detto, però, ora è il momento di parlare altrimenti si rischia la connivenza”.

Le considerazioni sono forse figlie della ultima delusione vissuta da lei col Pomigliano? Si è pentito della scelta di inizio anno?
“Come ho già detto, mi assumo personalmente le responsabilità delle scelte fatte. Negli ultimi anni ho, forse, commesso l’errore di dare più peso alla pulsione personale che mi spingeva verso il campo, per la volontà di rimettermi in gioco, che all’analisi dei progetti che mi sono stati proposti. Dovrei puntare il dito sul fatto che la proposta che accettai era di una società diversa, composta da persone diverse e che prima del campionato è cambiato tutto ma non lo faccio. Coscientemente ho sposato un progetto ed una piazza perché convinto del potenziale. Ancora oggi resto persuaso del fatto che se la dirigenza mi avesse ascoltato oggi il Pomigliano sarebbe in corsa per la salvezza…”.

La società non le ha dato ascolto quindi?
“Normalmente non è il tecnico che sceglie i giocatori ma fornisce delle indicazioni sulle necessità che ha. Su queste poi agisce la società che pesca sul mercato gli uomini più adatti. Così non è stato. Mi sono state fatte delle promesse poi subito tradite. Avevamo determinate esigenze ma continuavano ad arrivare giocatori diversi. Dirò di più, alcuni di questi sono stati i responsabili di grane all’interno dello spogliatoio. Hanno remato contro tutto il gruppo per mero interesse personale. Tanto che uno di questi l’ho dovuto mettere fuori rosa. Se mi è consentito bisogna fare anche un’altra battaglia dal punto di vista delle norme federali…”.

Quale battaglia?
“Secondo lei è giusto che un allenatore sia vincolato per una intera stagione ad una società? Lo dico per il mio caso ma non sono di certo l’unico. Anche Renato Cioffi (tecnico che l’ha sostituito al Pomigliano salvo poi dimettersi poco tempo dopo, ndr) ha parlato di questo argomento. Io credo che si debba concedere ad un allenatore di cambiare squadra. I giocatori sono liberi di farlo entro dicembre? Allora sia data questa possibilità anche agli allenatori. Perché se io firmo un contratto con una società ma questa poi si comporta in maniera non professionale, magari neppure mi paga il compenso dovuto, io non ho che due strade: o mi lascio esonerare o mi dimetto. In entrambi i casi però vince il club perché io mi gioco l’intera stagione. Se anche non si vuole tenere aperta questa finestra durante tutto il campionato almeno si potrebbe prevedere che a dicembre, o gennaio, un tecnico possa accettare un altro incarico senza dover rimanere fermo”.

Una battaglia di principio condivisibilissima. Non crede che le sue parole, in un mondo calcistico da lei descritto come omertoso e riottoso ai cambiamenti, la possano emarginare ancora di più?
“Non mi interessa. Io voglio allenare perché ho una passione sconfinata per questo sport ed un amore folle per il calcio. Ed è proprio questo amore che mi ha fatto dichiarare quanto detto. Non è amore dire sempre di sì. Non è amore vedere il tuo oggetto dei desideri concedersi a pratiche immorali e voltarsi dall’altra parte. Se questo mi taglierà fuori pazienza. Se non potrò più allenare farò il direttore sportivo, ma sempre con i miei principi ed amando questo sport. In molti credono che chiudere un occhio di tanto in tanto non crei danni. Chiuderli tutti e due però è da sciagurati”.

Senza peli sulla lingua. I maligni dicono che lei è un allenatore superato, che i suoi metodi sono antiquati e che non si è mai aggiornato…
“Mi viene da ridere. Ci sono concetti di campo che io applico da quasi venti anni e che oggi vengono considerati innovazione. Molte società si lasciano prendere in giro da chi vende loro fumo: allora sono alla moda ed aggiornato se mi porto dietro uno staff di dieci persone in cui includo il match analyst, il mental coach ed il nutrizionista. Se i club vogliono farsi prendere in giro… contenti loro, contenti tutti. Personalmente nel calcio, quando ho dovuto solo allenare, pensando esclusivamente al campo, perché alle spalle ho avuto società strutturate e dirigenti che si sono comportati come tali, ho sempre fatto bene ed i risultati sono lì a dimostrarlo. Anzi, dico di più, con questi club non solo ho centrato i traguardi richiesti dalla proprietà ma spesso siamo andati oltre ogni più rosea previsione. Questo perché più che i soldi, nel calcio servono le idee. Per questo con Bitonto, Solofra, Boiano, Savoia, Turris ed anche nella prima esperienza col Pomigliano, ai tempi di Errichiello, Sassone e Trocchia presidenti, ho fatto molto bene. Fino a qualche anno fa anche di Morgia dicevano che era superato, vecchio, di un calcio antiquato. Eppure, oggi, Morgia vince i campionati”.